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La
Chiesa di San Benedetto alla Badia ed il suo pavimento in maiolica
Le
monache del Monastero di Santa Maria della Mensa dell’Ordine Benedettino, che
era dislocato fuori dalle mura della città, erano spesso oggetto di violenze e
ritorsioni da parte degli Angioini nonché di incursioni barbaresche durante il
secolo XVI.
Per sottrarle a tali pericoli, nel 1572 si fondava il grande Monastero con
Chiesa annessa appartenente all’Ordine delle Benedettine scegliendo una
ubicazione di privilegio in pieno centro storico avendo: da un lato la Chiesa di
San Marco e dall’altro la Chiesa della SS. Annunziata, mentre dal prospetto si
guardano sia la Madrice che una parte del Castello. Chiesa e Badìa formano un
unico complesso segnato dalla fine dei lavori con una data 1.748 riportata sul
portale in pietra che riproduce scolpito l’emblema benedettino.
San Benedetto alla Badìa, di chiaro stampo settecentesco, è di pianta
rettangolare con una sola navata senza cupola e l’altare maggiore rappresentava
proprio la cappella di un convento femminile per fanciulle di famiglie
benestanti tra le quali fu Suor Felicia Enriquez de Cabrera (1580-1615) morta in
fama di santità.
Questo tempio, considerato da molti la più bella Chiesa di Caccamo è sicuramente
una delle Chiese che viene maggiormente ammirata, è un autentico gioiello di
arte barocca, è la tipica settecentesca “chiesa-salotto” armonioso compendio di
quasi tutte le forme d’arte: il pavimento maiolicato, gli stucchi di scuola
Serpottiana, l’altare in legno rivestito in lamina dorata, la cancellata in
ferro battuto a forma di grande ventaglio, i marmi policromi, gli affreschi
sulla volta e le tele degli altari laterali. Un monumento da esplorare palmo a
palmo ed a tal fine - per nostra esplicita iniziativa - preghiamo i visitatori
tutti di entrare a piedi scalzi per il rispetto verso questo Santuario
considerato che all’interno è apparsa la Madonna il 29 novembre 1614 nonché per
salvaguardare al massimo le piastrelle di ceramica nella speranza che in
funzione di ciò le autorità competenti facciano tesoro del nostro appello e
tengano in maggiore considerazione questo “gioiello” che tanti altri ci
invidiano. Il piano di calpestìo della Chiesa è tutto pavimentato da piastrelle
che compongono un eccezionale insieme di inusitate dimensioni: oltre 10.000
mattonelle (cm 18x18) che nel loro insieme rappresentano un: “unico esemplare
dell’artigianato siciliano”.
Le maioliche, che decorano non solo il pavimento della Chiesa ma anche quello
dell’abside, riproducono simboliche raffigurazioni di uccelli svolazzanti,
grandi festoni di verde fogliame cosparso di fiori e frutta, paesaggi agresti,
tramonti e panorami, animali e figure in un movimentato ritmo includendo grandi
riquadri ove campeggiano paesaggi nonché mitiche e seminude figure in un motivo
ornamentale vario e di magnifico effetto con originali disegni a colori vivaci a
conferma delle più rinomate ceramiche siciliane come il bleu turchino, il
giallo, il verde e l’azzurro.
Questa pregevole opera, il cui insieme è suddiviso in sezioni collegate tra loro
da motivi ornamentali diversi quali: figure di angeli variamente atteggiati,
intrecci e trofei, sarebbe stata attribuita a Nicolò Sarzana: “mattonaro di
Palermo” (1700-1786).
Nell’ampio riquadro centrale (interamente riprodotto nella quarta di copertina)
è raffigurata la tempesta: una scena che farebbe pensare all’arca di Noè che,
dopo il diluvio, naviga verso un mondo che si rigenera. La grande nave a vela,
sbattuta dalle onde fra gli scogli, tiene le persone che guardano dalla riva in
grande apprensione. Pure un branco di cerbiatti rimane attonito. Gli alberi sono
mossi ed inclinati dal vento, mentre su un fianco una torre domina l’intero
paesaggio.
La scritta che troviamo sulla parte superiore del grande riquadro spiega il
significato della rappresentazione allegorica: “ConCutitur non obruitur” cioè:
verrà scossa ma non sarà sommersa. Pare che l’Autore abbia voluto fare espresso
riferimento alla Chiesa cattolica nel senso che anche se vacillerà nei secoli,
non sarà mai travolta dalle forze del male.
Per le monache di clausura questa allegorìa poteva avere un significato ancora
più profondo nel senso che le stesse erano costrette a sostenere intimi travagli
per far trionfare la loro fede.
Alla sommità del riquadro in prossimità dell’entrata troviamo invece un’altra
scritta “ABSORBET NE ABSORBEANT” mentre nel riquadro riprodotto all’interno
dell’abside, dentro un nastro ripiegato, leggiamo “FELICITATIS OMEN”: un
messaggio teologico ovvero “augurio di felicità”.
Una decorazione così complessa dà senz’altro la misura delle eccezionali
capacità realizzative dei “maiolicari” palermitani che certamente si saranno
avvalsi dell’opera di valenti architetti progettisti.
Ma chi è l’autore di questo inestimabile “unicum artigianale siciliano”?
Nella prima metà del ‘700 fu attiva in Palermo una officina che probabilmente
dovette fornire i mattoni per la Parrocchia di S. Antonio
Abate.
Fu questa l’officina di Don Nicolò Sarzana che nel 1751 fornì un grande
pavimento di maiolica artistica alla Parrocchia della SS. Annunziata
di Caccamo. Ciò risulta da documenti inediti attestanti che la Compagnia della
SS. Annunziata, durante il governo dell’arciprete Sac. Filippo Gallegra,
allorché decise di abbellire la Chiesa, invitò a Caccamo il Sarzana. Il 16
ottobre 1751 in Caccamo, presso il notaio Martino Cecala, venne stipulato il
contratto che Don Nicolò Sarzana “mattonaro di Palermo” si impegnava a
consegnare dal mese di maggio a quello di luglio 1752 i mattoni occorrenti per
la Chiesa. A quell’epoca il Sarzana contava 50 anni allorquando s’impegnò di
eseguire il pavimento della Chiesa della SS. Annunziata
e pare che con la collaborazione del figlio Carlo si sia approntata in loco una
officina in considerazione del rilevante numero di mattonelle (ben 25.000) che
richiese la seconda parte del lavoro. Il Sarzana - indicato con il prefisso DON
segno di riguardo in Sicilia - dovette essere un artista conosciuto ed
apprezzato ed in attività fin dalla fine del primo quarto del secolo XVIII.
Finora è stata una ipotesi o in mancaza di altre attendibili notizie si è
supposto che autore del pavimento della Chiesa di San Benedetto alla Badìa fosse
stato il Sarzana su commissione datagli dalla Badessa Gallegra rimasta
entusiasta dell’opera eseguita per l’Annunziata.
Noi invece siamo dell’avviso che il pavimento maiolicato di San Benedetto alla
Badìa è opera di molto anteriore all’attività del Sarzana a Caccamo perché a
quell’epoca il pavimento risultava esistente. Tra l’altro la sepoltura delle
monache: posta al centro costituisce punto di convergenza della fastosa
pavimentazione che per la bellezza del decoro e soprattutto per la grandezza è
posta tra gli esempi più importanti dell’arte ceramica siciliana. E proprio la
scritta della chiusura tombale scolpita su pietra fa capire che nel 1701 tale
sepoltura fu concessa anche alle monache oblate che venivano associate nello
stesso tumolo e decorate con la stessa corona evidente allusione al ricco
pavimento maiolicato che corona all’intorno la sepoltura.
“Moniales oblatas - S - P - benedicti civitatis caccabi vita functas - mors non
separat: sed hoc uno sociat in tumulo unaque condecorat corona 1701”
“La morte non separa le monache del Monastero del Santo Padre Benedetto della
città di Caccamo una volta abbandonata la vita, ma le associa in questo unico
sepolcro e le decora insieme con una corona”.
Ne consegue che il pavimento di San Benedetto è anteriore al 1701 pertanto ne
deduciamo che non dovrebbe essere attribuito a Don Nicolò Sarzana che proprio in
quell’anno nasceva.
Gli
stucchi di scuola Serpottiana raffigurano in questa Chiesa: la Castità e
l’Obbedienza, le principali virtù monastiche delle benedettine che sono
rappresentate da due eleganti damine del settecento vestite all’ultima moda con
corsetti attillati e scarpine a tacco alto; la prima avvolta in un mantello, si
appoggia con un senso di pudore ad una colonna, mentre l’altra tiene con la mano
destra una lunga croce e stringe con la sinistra il giogo simbolo della
dedizione.
Nella lunetta del cornicione dell’abside dell’altare maggiore è da ammirare
anche la “Cena di Emmaus”. Gli stucchi, per quanto si possa essere tratti in
inganno dalla “sirpuzza” con la quale il Serpotta siglava le sue opere,
appartengono a Bartolomeo Sanseverino uno dei suoi migliori discepoli che finita
l’opera nel 1756 pare che - in segno di devoto omaggio - abbia voluto dedicare
la stessa alla scuola ed all’opera serpottiana firmandola con il simbolo usato
dal grande Giacomo.
Dai due lati dell’abside si aprono due larghe finestre protette da grate
reticolari dietro le quali le suore, dalla stessa posizione del celebrante,
potevano seguire le funzioni religiose. Sulla finestra di sinistra una
decorazione lignea delimita una cornice, piccolo capolavoro decorativo,
attraverso la quale le benedettine ricevevano la Comunione mentre più avanti -
attraverso una lastra bucherellata ed incassata nella parete - avveniva la
confessione. Un altro sistema attraverso il quale le suore di clausura
ricevevano offerte, alimenti, indumenti era la “ruota” in prossimità dell’altare
maggiore”.
Il
complesso ligneo dello stesso è del secolo XVIII: le sculture e le statuette
riprodotte sono rivestite da lamine in oro zecchino; sotto l’ampia arcata
centrale è raffigurata l’Assunta, in basso si ammirava la statua di San
Benedetto lateralmente al quale si notavano quattro statue di sante benedettine.
L’opera
più imponente è costituita da una grandiosa cancellata in ferro battuto che va
dalla balaustra del matronèo fino alla volta della Chiesa. L’architrave in legno
che sorregge la parte superiore della grata di ferro battuto a forma di
ventaglio reca una scritta rivolta alle suore: “ORATE PRO ME”. L’insieme
rappresenta un meraviglioso manufatto di inestimabile valore che separa il
confine monastico dagli sguardi dei fedeli esterni, un incomparabile diaframma
tra il mondo religioso e quello laico e non meno artistiche sono le altre
inferriate, a motivi ornamentali diversi, delle finestre che dagli ambienti
dell’antico Monastero si affacciavano nella Chiesa.
Su
entrambe le pareti laterali della Chiesa si ergono due urne funerarie e perfino
in esse troviamo una eccezionale preziosità ed una raffinata eleganza in quanto
realizzate con la tecnica dei cosidetti marmi mischi policromi incorniciati da
morbidissimi stucchi che rappresentano dei tendaggi sollevati.
Tutti gli
affreschi sono di Antonio Petrigna: il più complesso come composizione è quello
che raffigura il trionfo di San Benedetto nel centro della volta centrale ed è
datato 1.735.
In questo dipinto l’autore ricorre ad un espediente spettacolare per aumentare
l’effetto tridimensionale della pittura: con trovata di gusto tipicamente
barocco fa fuoruscire dalla volta la gamba (dal ginocchio al piede) e la parte
terminale della lancia di un soldato dipinto in primo piano, realizzandoli in
stucco e poi colorandoli in maniera così perfetta da non riuscire a distinguere
là dove finisce la pittura ed inizia la scultura.
All’interno della Chiesa si conservavano sui quattro altari laterali delle
pregevoli opere pittoriche: l’Immacolata Concezione di Vincenzo La Barbera
eseguita nel 1613 a spese di suor Cristina Perugia; di fronte la tela della
Madonna della Neve con i Santi Stefano e Lorenzo Martiri attribuita ad Antonio
Spatafora del secolo XVI attualmente presso la soprintendenza per i beni
culturali ed ambientali di Palermo che ne stà curando il restauro assieme ad
un’altra tela del 1632 attribuita al Quaresma riproducente il Crocifisso con i
Santi Benedetto e Scolastica; la quarta pittura del secolo XVII raffigurava
l’Estasi di San Benedetto.
Suor
Felicia Enriquez de Cabrera nata nel 1580 si fece monaca del Monastero di San
Benedetto a 14 anni contro la volontà dei suoi cari che volevano entrasse in un
convento più ricco ed insigne; ebbe come maestra suor Benigna Stanfa.
Per 12 anni soffrì di un tumore al palato superiore del quale guarì miracolata a
seguito dell’apparizione della Madonna all’interno della sua cella assieme a S. Luigi
Gonzaga e S. Vincenzo
Ferreri la quale, toccandola delicatamente sulla guancia, la guarisce. Per
ricordare il miracolo, da quel momento venne fatta ardere una lampada e molte
persone che si sono unte con l’olio della stessa hanno ottenuto tante grazie.
Il miracolo è riprodotto in un quadro del XVII secolo il cui originale, per
motivi di sicurezza, si trova all’interno della Chiesa della SS. Annunziata.
La suora muore in odore di santità all’età di 35 anni nel 1615 e viene sepolta
al lato destro dell’altare maggiore ma non si trovano più le sue spoglie.
Da un manoscritto si evince che a 30 anni dalla morte il suo corpo venne
riesumato e nello stesso momento si notò un intenso profumo di miele, la guancia
denotava un solco prodotto dal contatto provocato dalla Madonna nel momento in
cui la miracolava ed infine il velo che la copriva anzicché essere di colore
nero, per come si addiceva alle suore Benedettine, era invece bianco: simbolo di
purezza e di candore. Tutto ciò giustifica la profonda devozione verso la
Madonna del Dormitorio che si venera in questo Santuario il 29 novembre.
Il patrimonio culturale custodito all’interno del Convento delle Benedettine e
raccolto nell’arco dei secoli, andò perso a causa di una legge del 1866 con la
quale venivano soppressi gli ordini monastici e chiusi pertanto anche i conventi
di Sant’Agostino, San Domenico e San Francesco d’Assisi.
Più
avanti, alla fine di questo libro, dedicheremo un capitolo ad un nostro progetto
nel tentativo di salvare, valorizzare e gestire l’inestimabile patrimonio
artistico rappresentato dal pavimento maiolicato di questa chiesa- salotto
invitando i lettori, e non solo loro, ad adottare una mattonella.

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